Rinunciare per stare meglio

Per la giornata di ieri, sabato 5 marzo, tutto era pianificato, come sono solita fare davanti a un appuntamento di qualsiasi tipo. E dunque sveglia puntata a un orario impronunciabile per il weekend in cui la gente che lavora dovrebbe riposarsi, orari del treno segnati assieme alle fermate della metropolitana.

L’appuntamento era tra l’altro qualcosa che mi interessava per due motivi: il primo, l’occasione per incontrare alcune delle persone con cui mi scrivo e scambio articoli e opinioni dallo scorso agosto – la redazione di Limina rivista -; il secondo, un incontro interessante sulla riscoperta di voci sommerse del nostro Novecento (tema al quale sono legata per molte ragioni).

Il programma era quello di una capatina a casa di amici per un saluto e una breve full immersion nel magico mondo del montaggio e poi dritta a Bookpride, evento cui ho sempre partecipato dal mio trasferimento in Lombardia in totale solitudine (sarebbe stata quindi la prima volta in cui ci avrei messo piede con l’intenzione di incontrare gente senza sentirmi a disagio per non conoscere nessuno).

Quello che è accaduto è che ho preso il treno stabilito, ho rispettato il piano della prima parte della mattinata e, al momento di salutare gli amici e andare all’incontro, mi è presa una grandissima ansia: ansia di trovarmi in mezzo a moltissima gente (ho vissuto la pandemia con grande timore e il ritorno alla normalità non è del tutto arrivato per me); ansia dell’obbligo cui sentivo di dover tenere fede (sei arrivata fino a Milano, non puoi non andare!); ansia di incontrare persone con cui avrei dovuto scambiare convenevoli ipocriti mentre intimamente pensavo che sono un po’ schifata dall’ondata di arrivismo in cui sono sprofondata (siamo sprofondati).

Ansia generalizzata, insomma, perché, per chi come me ha tentato di inserirsi professionalmente in un ambiente come quello editoriale senza avere le “giuste” conoscenze, avrei dovuto fare i conti non con la fiera dell’editoria indipendente ma con i miei fallimenti: di non essere riuscita quanto e come avrei voluto nonostante gli sforzi, di non saper essere socievole e ammiccante come tutti (mi sembra) sappiano fare, di non essere adatta nemmeno in quello che si presuppone sia “il mio ambiente” (inteso come il luogo in cui si parla delle cose che mi interessano e in cui in teoria tutti condividono la medesima passione).

Il risultato è stata una giornata non pianificata, giri tra chioschi e librerie in solitudine e un grande senso di colpa che vorrei non provare ma che in effetti è un macigno che pesa di più ogni volta che mi imbatto nell’ennesima storia su Instagram pubblicata dai “giusti”.

acquisti al Libraccio di piazza Fontana

Non avrei mai creduto che quella che è nata in solitudine, tra i banchi di scuola, quando mi sentivo incompresa, come una passione stia diventando adesso una delle cause dell’ansia che provo. E riflettendoci mi chiedo quale sia stato il momento in cui le grandi aspettative di rivalsa (ma da cosa?) siano tramutate in sentimenti così negativi.

Condivido pubblicamente questa riflessione, conscia che potrebbe essere solo una nuova forma meno privata di un diario personale, perché sono convinta di non essere la sola a non saper gestire quel malessere sociale in parte ingrossato dalla pandemia e perché mi piacerebbe, qualora la supposizione fosse corretta, confrontarmi e sentirmi meno sola.

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