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Performatività e altri animali fantastici

Non avremmo certo avuto bisogno del caso che sta popolando le pagine dei quotidiani e le bacheche dei nostri schermi per evidenziare una delle piaghe che ci affligge con risultati nocivi. Il caso della giovanissima ragazza laureatasi a 23 anni in medicina e – nonostante il percorso durissimo di studi – anche influencer viaggiatrice e chi più ne ha più ne metta ha riportato in auge la riflessione sul concetto di performatività tossica. Idolatrare, com’è successo in questo caso, percorsi straordinari in cui si è fatto più di quanto la norma avrebbe richiesto, in meno tempo di quello normalmente previsto, è uno strumento pericoloso perché foraggia l’industria capitalista dell’iperproduttività, innescando in noi semplici mortali – che non ci siamo laureati in anticipo, e magari neppure in tempo – complessi di inferiorità, paragoni non necessari e deleteri per la stabilità mentale.

L’argomento che ruota attorno alla continua ricerca di standard sempre più alti e prestazioni sempre più efficienti e veloci è stato a più riprese messo sul tavolo della discussione pubblica soprattutto con la diffusione del Covid-19 (a questo proposito, vi consiglio la lettura di Technosapiens di Signorelli, D Editore, che tratta anche questo aspetto dell’avvento coatto della tecnologia nella vita di tutti i giorni).

La pandemia, lo smartworking e la costante reperibilità hanno certamente influito in questo mito della Produzione h24, abbattendo i confini tra pubblico e privato e rendendo sempre più difficile la libertà di non fare un beato niente. Ma è anche vero che attribuire alla pandemia e alle sue conseguenze un andazzo che era da anni latente può diventare fuorviante: se la pandemia ha esasperato alcuni aspetti, è anche vero che sono anni che i nostri smartphone e i giornali sono sintonizzati su storie di giovani ragazzi prodigio che hanno bruciato le tappe della loro crescita scolastica e personale.

Veicolare questi messaggi innesca in chi legge – anche in persone come me, che gli studi li hanno conclusi da quasi un decennio – un’autocritica su diversi livelli: se lui/lei ci è riuscito/a, perché io no? Cos’ho che non va? Perché non ci riesco?

Bypassando l’ambito accademico, che per fortuna non mi riguarda più, il medesimo approccio è quello che si ritrova nel mondo del lavoro. Anche se si lavora onestamente, con puntualità e dedizione, ci sarà sempre qualcuno che chiederà di fare di più. Perché? Perché magari si è circondati da colleghi/colleghe che si attardano tutti i giorni oltre l’orario d’ufficio (e se lo fanno loro, perché tu non lo fai?), alimentando un sistema che non contempla l’agognata normalità ma che ci vuole, appunto, più efficienti, più presenti, più più più.

Combatto da qualche anno, spesso con scarsi risultati, la logica della performatività nociva. Con difficoltà perché l’ambiente predominante è quello in cui la mia condotta – che non è esemplare ma, appunto, nella norma – deve confrontarsi con straordinari ogni giorno, con una gara a chi ha dormito meno per lavorare, a chi ha sacrificato maggiore tempo e spazio al privato in nome del Sacro Dio Lavoro.

E allora cosa ci resta da fare? Lottare, quotidianamente, contro queste regole: ogni giorno, alle 18,30, io spengo tutto, entro in modalità offline, via le notifiche mail, via le notifiche ai gruppi WhatsApp di lavoro, via tutto. Per restare io, soltanto io, e il mio tempo da passare sul divano a scrollare video TikTok senza sentirmi in colpa.

Qualche extra:

Per leggere un’opinione interessante, frutto di riflessione e di realtà, vi consiglio Alessia aka @amaracchia su Instagram.

Altri consigli non richiesti: smettere di seguire, sui social ma in generale nella vita, personaggi più o meno noti che fanno della loro carenza di sonno una medaglia da appendere al petto. Viva le dormite fino a mezzogiorno!

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